Melopea d’addio
2002 Melopea d’addio danzodramma su Amore di Giorgio Manganelli scene, costumi e regia Alfonso Benadduce. Con Alfonso Benadduce, Francesca Cutolo.
Prima nazionale: Festival Raccordi Casa delle Letterature, Roma giungo 2002
Vincitore 2 premi Girulà 2003: migliore attore e migliore attrice giovani dell’anno.
Affrontare Amore di Giorgio Manganelli è imbattersi in uno dei sorprendenti capolavori della letteratura contemporanea. Si tratta di un viaggio visionario tra le zone ombrose dell’enigma amore, che naviga nella sfera paludosa delle parole, della terminologia, del negativo, che tenta di afferrare l'dea di amore attraverso la voce con l'inadeguatezza, lo spavento e l'attrazione che si provano davanti a un Dio indicibile e introvabile. Così una lingua agile ed elevata, straziante e occultatrice, sferra veri e propri assalti come contro una fortezza imprendibile. Manganelli stesso dichiara di avere scelto il titolo “proprio per la sua intima sconcezza e contraddizione”.Melopea d’addio nasce dalla passione per un’opera che nel suo abitare l’ignoto è materia eccellente per un’azione scenica. Di fronte alla struttura labirintica del concetto amore si è fatto forte l'impulso di rendere tutto scenicamente il più scarno possibile, di lasciare ogni spazio alla parola, a un vuoto che possa contenere anche l'impossibile, quel “deserto (…)” inteso come “magazzino che contiene l’attrezzeria del nulla”Due cavalieri distrutti invadono la scena: sono loro gli ineffabili protagonisti ai quali è assegnato il compito di tentare lo spettacolo. Non sembrano appartenere a nessuna epoca. Ridono, piangono, non sono padroni dei loro corpi e del loro idiota agire: il teatro non fa per loro, come del resto il vivere o il perire. Li accompagna costantemente la musica solenne e dilaniante di Antonin Dvoràk, che scandisce il loro lento e reiterato decedere, svenire e svanire, e che cadenza i loro incessanti mancamenti, il loro continuo irridere e morire. Cavaliere Affranta e Cavaliere Fallito sembrano essere due parti di uno stesso corpo, due luoghi della stessa essenza, due facce dello stesso dolore e strazio. L’uno non regge senza l’altro, ma entrambi non reggono insieme. Un danzodramma insomma, nient’altro che un danzodramma.