recensione di Gianmario Lucini

Sembra ispirarsi al celebre Le memorie del sottosuolo questo scritto di Benadduce, giovane e aggressivo autore teatrale ormai conosciuto al grande pubblico, nel quale il protagonista, ma con più foga che nel romanzo di Dostoewskij (ma più che il grande russo questa foga ricorda Carmelo Bene), si compiace morbosamente della propria autodistruzione, del proprio autoannichilimento, dopo ovviamente aver annichilito ogni possibile forma di vita attorno a lui. Il tratto saliente del carattere del protagonista di questo romanzo, a suo modo, o racconto per flash di un proprio perverso (rovesciato) mondo interiore, è la negazione, il tratto autolesionista e insieme paranoide, l’insofferenza se non il terrore per i sentimenti positivi – l’amore innanzittutto – per il gesto gratuito.

L’ambiente nel quale si svolge questa selvaggia vicenda è una enorme casa, l’abitazione dell’unica superstite parente del protagonista, una mite e tranquilla zia di campagna, sui sessant’anni, che ormai ha fatto della grande villa la sua ragione di vita, spendendovi tempo ed energie per tenerla ordinata, linda, ridente, tranquilla. La nera psicologia del nipote vi si insinua prima quasi di soppiatto, poi in maniera sempre più prepotente e distruttiva fino alla totale dissoluzione di questa armonia, parallela a una dissoluzione, a una devastazione mentale assoluta e irreversibile del protagonista, ben peggiore della stessa schizofrenia, in una specie di “crescendo” senza requie, inarrestabile dalla stessa morte. Al di là del racconto resta la metafora. E’ infatti quasi ovvio l’accostamento dell’archetipo “casa” con la realtà della mente, della psicologia e, d’altra parte, il parallelo procedere del degrado esteriore con il degrado interiore del personaggio, ne è un’indiretta conferma. Il protagonista sa magnificamente suscitare ogni forma di irrisione, di ribrezzo, di disappunto, effetto che ovviamente è voluto dall’autore ma, io credo, col preciso scopo di insinuare nella sua mente l’idea di un confronto, di un rapporto con la stessa psicologia del lettore, o forse con un collettivo psicologico, con una psicologia del rimosso che i narratori moderni non descrivono spesso (argomento che non procura molti consensi e peraltro non fa cassetta, non incrementa le vendite). Il libro di Benadduce sembra insomma scritto per farsi odiare, per far odiare il suo protagonista, ma, alla fine con fine cinismo giunge allo smascheramento, a suggerire l’idea che quello che stai leggendo sei tu stesso, il mondo nel quale vivi. Ma ovviamente un libro così complesso può avere molte altre chiavi di lettura. Una, molto acuta, ce la suggerisce l’ottima Silvia Bre nella sua nota finale.

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